Didattica

Didattica di Tutanum

Reti di calcolatori

Le reti che collegano i computer

Nel modulo sui sistemi operativi abbiamo visto il padrone di casa della macchina assegnare la memoria, tenere il conto del tempo del processore e mettere ordine tra file, finestre e programmi con la calma di un amministratore esperto, e tutto questo basta a renderlo uno strumento completo anche da solo davanti al proprio schermo. Eppure la magia di oggi comincia dove quel percorso si chiude, perché la pagina che stai leggendo, il messaggio che aspetti e il film che scarichi sono conversazioni tra macchine lontane, e un computer ben governato che resta chiuso nella sua stanza somiglia a un telefono appeso al muro con nessuno da chiamare. In questo modulo scopriremo come le macchine parlano tra loro, partendo dalla piccola porta hardware che dà sulla strada e salendo fino alla ragnatela mondiale che chiamiamo Internet.

Questa pagina vuole essere un capitolo vero del nostro piccolo manuale, perciò non ci accontenteremo di una carrellata d'impressioni e costruiremo ogni concetto mattone su mattone, cominciando dalla storia che spiega perché le cose stanno come stanno, passando per i fili, le luci e le onde che trasportano i messaggi, e arrivando alle regole di conversazione che i programmi osservano quando parlano tra loro, per chiudere con il laboratorio degli esperimenti che puoi fare davvero con le tue mani. Se lungo il cammino incontrerai molte parole nuove, va bene così, perché ogni termine tecnico sarà spiegato con calma alla sua prima comparsa, con l'aiuto delle solite immagini quotidiane che ci accompagnano da tutto il percorso, dalle strade alle poste, e alla fine avrai tra le mani la mappa completa di come un messaggio viaggia da casa tua fino a un server dell'altra parte del mondo.

La storia comincia nel pieno della guerra fredda, quando il dipartimento della difesa degli Stati Uniti chiese ai propri ricercatori una rete di comando capace di continuare a funzionare anche se pezzi importanti della rete telefonica fossero venuti a mancare, dato che la telefonica dell'epoca si reggeva su pochi centrali principali e bastava distruggerne un paio per isolare intere regioni come isole spaiate. Dai laboratori nacque l'ARPANET, così chiamata dall'agenzia che la finanziava, e nel 1969 vennero collegati i primi quattro nodi tra l'università della California a Los Angeles, un centro di ricerca della Stanford, l'università della California a Santa Barbara e l'università dello Utah, con un'intuizione geniale che portava il nome di commutazione di pacchetti e che cambiò per sempre il modo di intendere la comunicazione tra macchine.

Per capire la rivoluzione conviene guardare alla telefonica classica, che lavora per commutazione di circuito, cioè stabilisce un percorso fisico dedicato tra chi chiama e chi riceve e lo tiene occupato per tutta la durata della conversazione, anche durante i silenzi in cui nessuno parla, un po' come affittare un'autostrada intera per far passare una sola bicicletta. I pacchetti ribaltano l'accordo, perché spezzano ogni conversazione in messaggi brevi che condividono le stesse strade con i messaggi degli altri, riempiendo i silenzi altrui e facendo pagare a ognuno soltanto il traffico che produce, come accade con le lettere del servizio postale, dove nessuno pretende un binario dedicato per ogni foglio che spedisce.

La famiglia di regole che ancora oggi governa queste conversazioni si chiama TCP/IP e prende il nome dai suoi due protocolli principali, fu messa a punto negli anni settanta da Vinton Cerf e Robert Kahn e fu adottata dall'ARPANET nel 1983, anno che molti considerano la vera nascita di Internet come rete di reti accademiche e militare, cresciuta poi per abbracciare prima le università di tutto il mondo e poi le case di tutti noi. Il Web arrivò molto dopo, nel 1989, quando Tim Berners-Lee al CERN ebbe l'idea di appendere alla rete pagine scritte in un linguaggio comune e collegate tra loro da riferimenti cliccabili, e da allora i due nomi vengono spesso scambiati, anche se il Web è soltanto il servizio più popolare tra i tanti che viaggiano su quelle rotaie comuni.

La prima cosa da imparare sul piano pratico è che ogni computer, anche il più modesto, nasce con una porta fatta apposta per uscire e parlare con gli altri, e questa porta si chiama interfaccia di rete, un circuito che nei computer fissi appare come una scheda da infilare in uno slot e nei portatili e nei telefoni è saldato sulla scheda madre. Dentro questa interfaccia la fabbrica ha impresso un numero seriale lungo quarantotto cifre binarie, che prende il nome di indirizzo MAC ed è unico al mondo, scritto di solito come sei coppie di cifre esadecimali dove le prime tre coppie identificano il produttore e le ultime tre il seriale assegnato in fabbrica, un po' come la targa di un'automobile che nessun altro veicolo può portare, e la rete di casa userà proprio questo numero per riconoscere la tua macchina tra quelle attaccate alla stessa scatolina.

Scheda di rete wireless da slot con connettore d'antenna e circuiti saldati

La fotografia qui sopra ti mostra una di queste schede da vicino, con i suoi circuiti saldati e il connettore per l'antenna, ed è questo pezzo di silicio che trasforma impulsi elettrici in conversazioni. Quando il computer parla su un cavo, lo fa dentro messaggi dal nome tecnico di trame (frame), e una trama Ethernet è costruita come una busta con sezioni ben precise, perché comincia con un preambolo, una sequenza ritmata di bit che suona come un campanello e serve a svegliare le schede in ascolto e a sincronizzare i loro orologi, poi riporta l'indirizzo del destinatario e quello del mittente, un campo che dichiara il tipo di contenuto, per esempio se dentro c'è un pacchetto del livello superiore, i dati veri e propri e infine il codice di controllo, un numero calcolato su tutta la busta che permette al ricevente di accorgersi se il viaggio ha alterato il contenuto.

Sul primo Ethernet tutte le macchine condividevano un unico cavo, e le regole di buona educazione erano precise, con un procedimento chiamato ascolto prima di parlare che nel gergo suona CSMA/CD e che funziona come una conversazione a tavola, dove ciascuno ascolta il silenzio prima di iniziare e, se due voci si scontrano, entrambe tacciono subito, diffondono un breve segnale confuso per avvisare gli altri e attendono un tempo casuale che si raddoppia a ogni nuova collisione prima di riprovare, così che i due infortunati difficilmente ripartano insieme la volta successiva. Questo metodo funzionava bene sulle reti piccole e diventava goffo quando le macchine aumentavano, perché ogni collisione sprecava tempo per tutti, ed è per questo che lo switch, con un filo separato per ogni macchina, ha sostituito il cavo condiviso facendo sparire le collisioni dalla maggior parte delle case.

Lo switch è un centralino che impara da solo il quartiere, perché ogni volta che una trama arriva da una porta egli annota nella sua tabella che quella targa vive da quella parte, e alla busta seguente indirizzata alla stessa targa la spedisce soltanto verso la porta giusta, senza disturbare gli altri inquilini. Per capire la differenza con gli attrezzi più vecchi pensa a un ufficio con tante stanze, dove il vecchio ripetitore (hub) grida ogni messaggio con un megafono in tutte le stanze costringendo tutti ad ascoltare, lo switch è il centralino interno che conosce gli interni e passa la chiamata soltanto alla stanza interessata, e il router è il portiere dell'edificio, l'unico che sa uscire per la strada verso gli altri palazzi e consegnare la posta oltre il cortile usando gli indirizzi del livello superiore.

Il mezzo più umile e più diffuso che porta le trame dentro le pareti è il doppino intrecciato, fatto di due sottili fili di rame attorcigliati come una piccola scala a chiocciola, un intreccio che serve a cancellare le interferenze elettromagnetiche come due onde uguali e contrarie che si annullano a vicenda, e quattro coppie di questo tipo vanno dentro il comune cavo di categoria cinque, capace di reggere l'Ethernet di casa per circa cento metri senza amplificazione. Prima del doppino si usava il coassiale, con un conduttore centrale circondato da una calza metallica a mo' di scudo, lo stesso tipo di cavo che arriva alle antenne della televisione e che fu il primo strumento delle reti locali storiche.

Quando la distanza cresce entra in scena la fibra ottica, un filo di vetro sottile quanto un capello dentro il quale la luce rimbalza senza uscire, imprigionata per riflessione totale come una palla che scivola dentro un tubo curvato, e questo rimbalzo permette alla luce di viaggiare per decine di chilometri senza bisogno di amplificazione, lontano dalle interferenze che affliggono il rame. È per questo che i cavi che attraversano gli oceani per collegare i continenti sono di fibra, portando conversazioni sotto le acque a velocità vertiginose, ed è per lo stesso motivo che molte case ricevono oggi la luce fino al portone, con la fibra che arriva direttamente in salotto e trasforma il doppino di rame in un semplice tratto finale.

Per raggiungere casa tua la rete ha attraversato generazioni di tecnologie, dal vecchio modem, una scatola che trasformava i bit in suoni per farli viaggiare sul filo della voce telefonica, alla linea digitale che usa lo stesso doppino di rame ma in modalità digitale e arriva a qualche decina di megabit al secondo, dove un megabit è un milione di bit, fino al cavo della televisione che offre decine o centinaia di megabit e alla fibra fino a casa che ne offre centinaia o migliaia secondo l'offerta. Qui conviene separare due parole che il mercato confonde volentieri, perché la velocità dice quanti bit al secondo la strada può trasportare, mentre la latenza, misurata in millisecondi, dice quanto attende un singolo messaggio per partire e arrivare, ed è una qualità quasi indipendente dalla prima, come la larghezza di un'autostrada rispetto alla lunghezza del viaggio.

Quando il messaggio si stacca dai fili le regole cambiano, perché il mezzo diventa l'aria, e il WiFi trasmette onde elettromagnetiche dentro tre bande di frequenza, quella dei 2,4 gigahertz, quella dei 5 gigahertz e la più recente dei 6 gigahertz, ognuna divisa in canali che assomigliano alle corsie di una pista, dove ogni rete sceglie una corsia e cerca di restarci il più possibile. Nella banda dei 2,4 le corsie si sovrappongono tra loro come tegole e solo poche restano davvero pulite, per cui i router dei vicini finiscono per pestarsi i piedi, mentre la banda dei 5 gigahertz offre corsie più larghe e separate ma chiede alle onde più energia per superare i muri, e la banda dei 6 gigahertz è il viale nuovo, spazioso, veloce e ancora poco trafficato.

Sull'aria le collisioni sono più difficili da scorgere, perché una stazione che trasmette è come chi parla al telefono e non può ascoltare contemporaneamente se qualcun altro parla, perciò il WiFi usa un cugino prudente del procedimento di Ethernet chiamato CSMA/CA, dove ogni stazione ascolta il silenzio, aspetta un tempo casuale contando a ritroso e infine parla, e il ricevente manda subito un piccolo riscontro, così che la mancanza del riscontro avverte il mittente di riprovare con un tempo più lungo. Prima di tutto questo il dispositivo si presenta alla base wireless di casa, che gli esperti chiamano punto di accesso (access point), in un passaggio chiamato associazione, e se sulla rete vige una protezione moderna di tipo WPA2 o la più recente WPA3 tutto il traffico viaggia cifrato con una chiave segreta condivisa, come ogni busta sigillata dentro una seconda busta che solo chi conosce il segreto riesce ad aprire.

Qualunque sia il mezzo, filo o aria, una conversazione lunga viene spezzata in messaggi brevi chiamati pacchetti (packet), ognuno con il proprio mittente, il proprio destinatario e un pezzo della conversazione dentro, e ogni pacchetto viaggia in piena autonomia scegliendo la propria strada, così che una rete ingombra smaltisce il traffico a turno, un guasto costringe a rispedire soltanto le buste perse e due messaggi consecutivi possono persino prendere strade diverse per poi ritrovarsi alla fine, un comportamento che il gergo chiama a datagrammi ed è la marcia distintiva di Internet.

Per orientarci conviene fissare la pila di livelli nella sua forma classica, quella che Tanenbaum usa come ossatura del suo libro, con il livello fisico che muove i bit su fili, luci e onde, il livello di collegamento che organizza le trame sul tratto locale, il livello di rete che instrada i pacchetti verso l'altra parte del mondo, il livello di trasporto che cura le conversazioni affidabili tra programmi e il livello applicativo dove vivono i servizi che usi ogni giorno, dal web alla posta, e ogni livello parla solo con quello immediatamente sopra e sotto, delegando il lavoro e ricevendo i risultati, come i reparti ordinati di una grande ditta.

L'avvolgimento a cui ogni pacchetto si sottopone man mano che scende la pila ha un ordine preciso e prende il nome di incapsulamento, con i dati del programma avvolti dal TCP nella prima busta, questa dall'IP nella busta con l'indirizzo mondiale e infine la busta grande dentro la trama del mezzo locale che percorre il tratto di casa, e ogni corriere apre solo la propria busta e passa il resto al piano di sopra. Ogni mezzo pone inoltre un limite alla dimensione della busta che accetta, il cosiddetto MTU, che per l'Ethernet comune vale circa millecinquecento byte di dati, e quando un pacchetto più grosso incontra una strada con sacchi più piccoli viene smontato in frammenti numerati e rispedito, con il destinatario incaricato di rimontare i pezzi nell'ordine esatto prima di consegnarli al livello superiore.

Scendiamo ora dentro l'indirizzo IP, che nel diffuso IPv4 si scrive come quattro numeri separati da punti, per esempio 192.168.1.34, dove ogni numero rappresenta un byte e può quindi valere da 0 a 255, come quattro scatole ciascuna capace di contenere fino a duecentocinquantasei sassi. L'indirizzo funziona come un indirizzo postale completo, con la parte iniziale che nomina il quartiere, cioè la rete di casa, e la parte finale che nomina il civico, cioè la macchina dentro quella rete, ed è proprio questa doppia natura a permettere ai router di instradare guardando soltanto il quartiere e lasciando l'ultimo tratto agli attrezzi di casa.

Per sapere dove finisce il quartiere e comincia il civico ogni macchina conserva una maschera, che si scrive come un altro indirizzo, per esempio 255.255.255.0, e le cifre piene da 255 indicano la parte di rete mentre la cifra finale zero indica la parte riservata alle macchine, un confine che si può anche pronunciare come barra ventiquattro, il numero di bit riservati al quartiere. Due dispositivi della stessa casa confrontano i propri indirizzi attraverso la maschera, riconoscono di abitare la stessa rete e si consegnano le buste direttamente attraverso lo switch, mentre verso l'esterno affidano tutto alla passerella, cioè al router.

Gli indirizzi che cominciano con 192.168 appartengono a tre gruppi detti privati, liberi per chiunque dentro le mura di casa e proibiti su Internet pubblica, dove nessun pacchetto che li contiene viene inoltrato, ed è qui che il router mostra il suo trucco migliore, il NAT, che funziona come un centralino che riscrive le intestazioni, perché appena una busta privata esce il router ne cambia l'indirizzo con il proprio indirizzo pubblico e ne annota porta e mittente originali in una tabellina, così che quando la risposta torna la restituisca alla macchina giusta. In questo modo tutta la casa esce verso il mondo con un solo indirizzo pubblico, un ripiego intelligente che ha rimandato per anni la carenza di indirizzi IPv4 e che spiega perché la tua macchina mostra un indirizzo diverso da quello che il mondo vede.

La carenza degli indirizzi a trentadue bit era annunciata da tempo, e la risposta definitiva si chiama IPv6, che allunga gli indirizzi a centoventotto bit scritti come otto gruppi di quattro cifre esadecimali separati da due punti, uno spazio così vasto che ogni dispositivo del pianeta potrebbe averne a migliaia senza che nessuno conti più gli sprechi, e da anni i sistemi recenti parlano entrambe le lingue, affidando i pacchetti nuovi alle strade moderne e traducendo per le vecchie, in una convivenza lenta ma costante che il gergo chiama doppia pila.

Ogni router conserva una tabella di instradamento, cioè un elenco che associa i nomi dei quartieri lontani alla porta di uscita più promettente, e quando un indirizzo sconosciuto bussa alla porta la busta viene consegnata alla passerella predefinita, che è quasi sempre il router di casa, il primo di una catena di salti che i pacchetti contano man mano che avanzano. Le reti grandi imparano queste strade in due modi storici, con l'algoritmo a distanza in cui ogni router racconta ai vicini quanto gli costa raggiungere ogni destinazione e con l'algoritmo a stato dei collegamenti in cui ogni router diffonde la mappa completa del proprio quartiere e calcola da solo i cammini migliori, e a scala mondiale Internet si divide in sistemi autonomi, quartieri indipendenti amministrati da organizzazioni diverse che si scambiano voci di strada con un protocollo chiamato BGP.

Il servizio postale affidabile che i programmi scelgono per quasi tutto si chiama TCP, e la sua conversazione comincia con una cerimonia a tre tempi che il gergo chiama stretta di mano, in cui il cliente manda il primo messaggio proponendo di aprire una conversazione su una certa porta e annunciando il proprio numero di partenza, il server risponde accordandosi e proponendo a sua volta il proprio numero, e il cliente conclude con un ultimo riscontro che sblocca il traffico vero, tre messaggi che assicurano a entrambi che l'altro esiste, che è sveglio e che ha capito le condizioni prima che qualunque lettera vera parta.

Da quel momento ogni pezzo della conversazione riceve un numero di sequenza, come le pagine di un manoscritto consegnate una alla volta, e il ricevente risponde con riscontri cumulativi che dicono fino a quale pagina la lettura è arrivata, così che il mittente, se un riscontro tarda oltre un certo tempo, considera la busta persa e la rispedisce da capo. Per non trasformare la strada in una processione di corrieri che attendono la ricevuta uno alla volta, TCP tiene aperta una finestra che stabilisce quante buste possono viaggiare senza riscontro, allargandola quando la strada sembra libera e restringendola appena i segnali di intoppo arrivano, e alla fine della conversazione i due estremi si salutano in quattro tempi educati, assicurandosi ciascuno che l'altro abbia ricevuto tutto prima di chiudere la porta.

L'indirizzo IP indica l'edificio, ma dentro l'edificio abitano tanti programmi, e le porte, numeri da zero a sessantacinquemila e oltre, fanno da numeri civici interni, con alcune porte note così consolidate da essersi guadagnate un nome, come la ventidue usata dal login remoto sicuro, la venticinque dalla posta in uscita, la cinquantatré dal servizio dei nomi, l'ottanta dal web in chiaro e la quattrocentoquarantatré dal web cifrato. La coppia formata da un indirizzo e da una porta prende il nome di socket ed è il vero estremo di ogni conversazione, mentre il fratello leggero UDP spedisce le sue cartoline senza cerimonie né ricevute, ed è la scelta giusta per le chiamate, per i giochi veloci e per le domande stesse del DNS, dove una risposta perduta si chiede semplicemente da capo.

Il DNS è organizzato come un albero di elenchi che si interrogano a vicenda, con la radice invisibile in cima, i domini di primo livello come i vecchi com e org e i tanti suffissi nazionali al piano sotto, e infine i server autoritativi di ciascun dominio che custodiscono le risposte vere, mentre il tuo dispositivo si affida a un risolutore (resolver) locale, di solito quello offerto dal router o dal provider. Ogni risposta viaggia come un record, con il record A che lega un nome al numero IPv4 di una macchina e il record MX che indica quale server accetta la posta del dominio, e ogni risposta porta con sé un tempo di vita che dice per quanti secondi può essere conservata nella cache, giorni interi per i nomi stabili e pochi minuti per quelli che cambiano spesso, così che le domande ripetute costino quasi nulla.

Anche il DHCP, il portinaio che ti accoglie in ogni rete nuova, ha il suo copione in quattro battute, perché il dispositivo annuncia a voce alta di cercare un portinaio, il portinaio offre un indirizzo disponibile, il dispositivo lo richiede confermando la scelta e il portinaio conferisce tutto con un messaggio finale che include maschera, passerella e indirizzo dell'elenco telefonico dei nomi. L'indirizzo viene dato in affitto per un periodo di tempo e il dispositivo lo rinnova prima della scadenza, e insieme al NAT questo copione spiega come fa una casa intera, con telefoni, computer e lampadine intelligenti, a entrare in rete senza che nessuno configuri nulla a mano, un piccolo miracolo quotidiano di cui raramente ci si accorge.

Per giudicare queste strade servono tre misure distinte, e la prima è la latenza, cioè l'attesa di un messaggio misurata in millisecondi, che il comando ping rivela con una semplice domanda e risposta, la seconda è la fotografia dei salti che traceroute compone chiedendo a ogni ufficio postale intermedio di firmare la ricevuta, e la terza è la velocità in megabit al secondo che le prove di velocità stimano scaricando e ricaricando file di prova. Vale la pena di fissare perché la latenza decide le partite online più della velocità, dato che premere un tasto manda un pacchetto che deve attraversare il paese e tornare indietro prima che il nemico si sposti, e una strada larga ma lunghissima perde contro una strada stretta e rapida, così come un'autostrada che fa il giro del mondo.

Proprio su queste rotaie si regge Tutanum, che costruisce i propri servizi facendo viaggiare i propri pacchetti attraverso le reti di tanti altri, e qui nasce la domanda onesta che accompagna tutto il progetto, e cioè chi può osservare il traffico che attraversa cavi, antenne e uffici postali di cui non siamo padroni, dal gestore del WiFi che vede le targhe delle buste al provider che le consegna al cavo sottomarino. Osservare si può quasi sempre, leggere si può soltanto quando la busta viaggia in chiaro, perché la cifratura sigilla il contenuto e lascia intravedere appena chi parla con chi e per quanto tempo, e conoscere questo confine è il primo passo per decidere cosa consegnare alla rete e cosa tenere stretto.

Abbiamo così disegnato la mappa completa, dalla storia ai mezzi, dalle trame alle conversazioni affidabili, e ora scendiamo in strada per verificarla con otto esperimenti che vanno dal più semplice al più articolato, tutti alla portata di chiunque abbia un computer, un telefono e un po' di curiosità.

Il primo esperimento misura il ritardo con il comando ping seguito da 8.8.8.8, l'indirizzo di un grande servizio pubblico molto usato, e se scrivi ping -c 4 8.8.8.8 su un sistema Unix otterrai quattro richieste precise e, in fondo alla risposta, il valore medio del ritardo, mentre sulle finestre di Windows il comando si ferma da solo dopo quattro tentativi, e leggendo quei millisecondi conoscerai il battito reale della tua connessione verso un punto lontano.

Il secondo esperimento confronta due viaggi per sentire il peso del DNS, perché basta pingare prima il numero e poi un nome che visiti spesso, osservando come verso il numero la prima riga parta subito mentre verso il nome il computer si fermi un istante a tradurre prima di spedire, e se ripeti il comando sullo stesso nome noterai che la seconda volta la traduzione è istantanea, la prova che la risposta era rimasta nella cache insieme al suo tempo di vita.

Il terzo esperimento ti fa leggere i documenti di casa, perché su Linux basta il comando ip addr, su macOS ifconfig e su Windows ipconfig, e tra le righe che compaiono riconoscerai la quadrupla che comincia spesso con 192.168, la maschera scritta come 255.255.255.0 che separa il quartiere dal civico e l'indirizzo della passerella predefinita, che è quasi sempre il router e che sarà il primo nome a comparire nei salti dell'esperimento seguente.

Il quarto esperimento fotografa i salti verso un sito lontano con traceroute sui sistemi Unix oppure tracert su Windows seguito da un nome a tua scelta, e vedrai scorrere gli uffici postali intermedi uno dopo l'altro, i primi con nomi familiari delle tue vicinanze e gli ultimi che si fanno più esotici man mano che le buste si allontanano, e contarli ti darà un'idea concreta di quante mani toccano ogni tua richiesta e di come la geografia conti più della velocità contrattuale.

Il quinto esperimento interroga a mano l'elenco dei nomi con nslookup seguito da un dominio a piacere, oppure con dig se il tuo sistema lo offre, e osserva il numero che torna insieme al tempo di vita dichiarato, provando poi a chiedere lo stesso nome una seconda volta per accorgerti che la risposta arriva più in fretta, la firma inconfondibile della cache che lavora per te in silenzio.

Il sesto esperimento entra nella stanza dei bottoni scrivendo l'indirizzo della passerella nella barra del browser, e la pagina del router casalingo ti mostrerà gli apparecchi attualmente collegati con i loro nomi e le loro targhe, l'indirizzo pubblico con cui la casa esce verso il mondo grazie al NAT e lo stato della rete wireless, ed è anche il luogo giusto per accorgersi di ospiti sconosciuti che attingono alla tua rete senza invito.

Il settimo esperimento misura la strada con una prova di velocità usando uno dei tanti servizi web gratuiti, e confrontando il risultato in megabit al secondo con quello promesso dal contratto ricorda che la prova fatta via WiFi soffre delle pareti e della banda condivisa, per cui ripetila vicino al router e, se puoi, col cavo, e osserva anche il valore di latenza che il servizio riporta, perché racconta la lunghezza dei tuoi viaggi meglio della larghezza della tua autostrada.

L'ottavo e ultimo esperimento richiede il telefono, perché nelle impostazioni del WiFi scoprirai se la tua connessione viaggia sui 2,4 o sui 5 gigahertz, o persino sui 6 nei telefoni più recenti, e confrontando il segnale in diverse stanze di casa capirai con mano come i muri affievoliscono le onde e come la banda più vecchia arriva lontano mentre quella nuova arriva forte soltanto nelle stanze vicine.

Questo capitolo attinge soprattutto a Computer Networks di Andrew Tanenbaum e David Wetherall, il testo che ha ordinato questi argomenti in livelli chiari e che abbiamo seguito per la storia, i mezzi, le trame e le conversazioni, e al manuale di Radiotecnica per radioamatori per il richiamo alle onde che portano i nostri messaggi nell'aria. La carta d'insieme è servita, e adesso il percorso scende dentro le reti un livello alla volta, dal filo fino all'applicazione, con il primo gradino che è il più materiale di tutti, quello dei cavi, delle fibre e delle radio, quindi prosegui verso la pagina sul livello fisico, dove scopriremo come i bit lasciano il computer e diventano segnali che viaggiano per il mondo.