Tesi
Il software libero non è una nicchia per nostalgici né una forma di socialismo digitale. È la condizione perché l’informatica resti un sapere e un mercato, invece di diventare una rendita. Chi non può leggere, modificare e ridistribuire il codice che usa non è un cliente: è una risorsa da cui estrarre dati e abitudini. Preferirlo è possibile oggi, un programma alla volta, a patto di volerlo.
1. Un tema preso sotto gamba
Quasi tutti hanno sentito l’espressione open source. Pochi sanno dire che cosa significhi, e ancora meno conoscono l’espressione che l’ha preceduta e che dice di più: software libero. Oggi il tema sembra risolto: Red Hat, SUSE, Canonical e centinaia di altre aziende ci hanno costruito sopra un’industria, il kernel Linux fa girare i telefoni, i server e tutti i cinquecento supercomputer più potenti del mondo, e perfino chi lo combatteva lo distribuisce.
Proprio per questo viene preso sotto gamba. Si dà per scontato che la partita sia vinta, mentre sul computer e sul telefono della maggior parte delle persone gira software di cui non si può vedere una riga. Per capire come ci siamo arrivati, e perché la questione è tornata attuale, bisogna fare qualche passo indietro.
2. Quando il software era libero senza saperlo (1950-1969)
Nei primi vent’anni dell’informatica il software non era un prodotto. Il business stava nelle macchine: chi comprava o noleggiava un calcolatore riceveva i programmi insieme all’hardware, con i sorgenti, e li modificava secondo le proprie necessità. Nel 1955 gli utenti dei sistemi IBM fondarono SHARE, un gruppo nato apposta per scambiarsi codice e correzioni. Nelle università il codice circolava come circolano gli articoli scientifici.
Nessuno lo chiamava «libero», perché non esisteva l’alternativa. Non era ancora concepibile che una sequenza di istruzioni potesse essere una proprietà: era conoscenza tecnica, e la conoscenza tecnica si condivideva. La stessa abitudine sopravvisse a lungo nel mondo degli hobbisti, dove fino agli anni Ottanta le riviste pubblicavano i listati in BASIC da ricopiare a mano.
3. La chiusura (1969-1983)
Tre passaggi, in poco più di dieci anni, cambiarono tutto.
Il software diventa una merce. Nel 1969 IBM, sotto pressione dell’antitrust, cominciò a vendere il software separatamente dall’hardware. Da quel momento il programma aveva un prezzo, e quindi un interesse a non essere copiato.
Copiare diventa un furto. Nel 1976 un giovane Bill Gates scrisse la Open Letter to Hobbyists, in cui accusava gli appassionati che si passavano il suo interprete BASIC di rubare il lavoro altrui. È il documento che segna il cambio di mentalità: ciò che fino al giorno prima era normale collaborazione veniva riqualificato come pirateria.
Un interesse economico diventa legge. Il Copyright Act statunitense del 1976 e la modifica del 1980 estesero al software la tutela del diritto d’autore; nel 1983 la sentenza Apple contro Franklin stabilì che era protetto anche il codice binario, non solo il sorgente. Copia, modifica e ridistribuzione diventavano diritti esclusivi del titolare.
A quel punto le aziende avevano sia il motivo sia lo strumento per chiudere. I dipendenti firmavano accordi di riservatezza; i programmi venivano distribuiti solo in forma binaria, cioè in una forma che la macchina esegue ma che una persona non può ragionevolmente leggere. L’utente poteva usare il programma, ma non sapere che cosa facesse davvero, né correggerlo, né adattarlo.
4. La risposta: GNU, il copyleft e Linux (1983-1998)
Richard Stallman lavorava al laboratorio di intelligenza artificiale del MIT, dove il codice si era sempre condiviso. L’episodio che racconta come decisivo è banale: una stampante nuova che si inceppava, e il rifiuto di consegnargli il sorgente del driver per sistemarla, perché chi lo aveva scritto aveva firmato un accordo di riservatezza. Nel 1983 annunciò il progetto GNU, un sistema operativo interamente libero; nel 1985 fondò la Free Software Foundation.
La sua definizione regge ancora. Un programma è libero se chi lo riceve ha quattro libertà:
- eseguirlo per qualunque scopo;
- studiare come funziona e modificarlo, il che richiede l’accesso al sorgente;
- ridistribuirne copie;
- distribuire le proprie versioni modificate.
L’invenzione vera fu giuridica. Con la licenza GNU GPL (1989, oggi alla terza versione, del 2007) Stallman usò il diritto d’autore contro se stesso: chi riceve il programma può farne ciò che vuole, ma se lo ridistribuisce deve concedere agli altri le stesse libertà. È il copyleft: una clausola che impedisce a chiunque di prendere codice libero e richiuderlo.
Al sistema GNU mancava il kernel. Lo scrisse nel 1991 uno studente finlandese, Linus Torvalds, che l’anno dopo lo pose sotto GPL. Per questo il nome corretto del sistema è GNU/Linux: Linux è il kernel, GNU è gran parte di ciò che gli sta intorno.
5. Libero, aperto, gratuito: tre parole che non coincidono
Il termine open source nasce solo nel 1998, quando un gruppo di sviluppatori cercò un’etichetta più digeribile per le aziende. In inglese free significa sia «libero» sia «gratuito», e l’equivoco spaventava i manager. La nuova parola spostava l’accento dalla libertà dell’utente all’efficienza del metodo: il codice aperto produce software migliore. Stallman non l’ha mai accettata, e la ragione è semplice: se il valore è solo pratico, basta un software proprietario che funzioni bene per rinunciarvi.
Nella pratica quasi tutte le licenze open source sono anche licenze libere. La differenza sta nel motivo per cui le si sceglie. Le trappole vere sono altre, e conviene saperle riconoscere:
| Categoria | Cosa significa | Esempi | Le quattro libertà |
|---|---|---|---|
| Software libero con copyleft | Libero, e chi lo ridistribuisce deve mantenerlo tale | GPL, AGPL | Tutte, garantite anche a valle |
| Software libero permissivo | Libero, ma può essere richiuso da chi lo riusa | MIT, BSD, Apache | Tutte, ma non garantite a valle |
| Open core | Un nucleo libero, le funzioni che contano a pagamento e chiuse | Molti prodotti aziendali | Solo sul nucleo |
| Source available | Il sorgente si può leggere, ma l’uso è limitato | SSPL, Business Source License | Parziali |
| Freeware | Gratuito, ma chiuso | Molte app «gratis» | Nessuna |
| Proprietario | Chiuso, in licenza d’uso | Windows, macOS, Office | Nessuna |
Tre regole pratiche. Gratuito non vuol dire libero: se un programma chiuso non costa nulla, di solito il prezzo sono i dati di chi lo usa. Leggere il sorgente non basta: una licenza che permette di guardare ma non di riusare tiene l’utente dov’era. Una licenza libera non è per sempre, se il progetto appartiene a una sola azienda: negli ultimi anni MongoDB, Elastic, HashiCorp e Redis hanno cambiato licenza a prodotti che la comunità aveva contribuito a costruire. Ogni volta la risposta è stata un fork, cioè una copia libera che riparte dall’ultima versione aperta (OpenTofu, Valkey): è la quarta libertà che fa il suo mestiere.
Poi ci sono le licenze scritte per non essere capite. Un contratto di decine di pagine in linguaggio giuridico, accettato con un clic, toglie libertà proprio a chi non ha gli strumenti per accorgersene.
6. Monopolio, non mercato
L’errore più diffuso, eredità della guerra fredda, è confondere la cultura libera con il socialismo. Lo si ricava da un’analogia sbagliata: pubblico contro privato, quindi software libero contro software proprietario. Le cose stanno al contrario.
Il diritto d’autore è un monopolio concesso dallo Stato. Non nasce dal mercato: lo limita, vietando a tutti tranne uno di copiare e migliorare un prodotto. Applicato al software ha prodotto quello che Adam Smith temeva dai monopoli: prezzi slegati dai costi, concorrenti esclusi per via legale invece che per merito, e clienti che non possono andarsene perché i loro documenti, le loro abitudini e i loro fornitori dipendono da un formato che appartiene a un altro. Microsoft è stata condannata per abuso di posizione dominante sia negli Stati Uniti (2001) sia in Europa (2004). Un’idea, scriveva Thomas Jefferson, ha la proprietà singolare che chi la riceve non ne priva chi la dà, come chi accende la propria candela alla mia riceve luce senza lasciarmi al buio.
Il software libero è l’opposto di un’economia pianificata. Il codice diventa una base comune su cui chiunque può costruire un prodotto e venderlo, e le aziende competono su ciò che sanno fare: assistenza, integrazione, formazione, qualità. Se un fornitore lavora male, se ne può scegliere un altro senza buttare via il software. È concorrenza nel senso più classico del termine.
La somiglianza con lo Stato assistenziale sta semmai dall’altra parte. Il monopolio lega il consumatore all’azienda come uno Stato paternalista lega a sé il cittadino: gli fornisce un servizio comodo, gli chiede in cambio di non mettere mano agli ingranaggi, e lo abitua a ricevere senza capire. È la mia lettura, e so che un economista keynesiano la contesterebbe; ma il punto regge anche senza: chi dipende da un sistema che non può ispezionare ha smesso di essere un attore economico ed è diventato una voce di bilancio.
7. L’utente come cavia
C’è una conseguenza che riguarda la testa prima del portafoglio. Un utente che non può intervenire sullo strumento può solo reagire: gli piace o non gli piace, clicca o non clicca. È esattamente la risposta che dà un animale da laboratorio, e non è un’iperbole. Il condizionamento di Pavlov e soprattutto il rinforzo a intervalli variabili di Skinner sono i modelli su cui sono progettate le interfacce che devono trattenere: la notifica, lo scorrimento senza fine, la ricompensa che arriva ogni tanto.
Un sistema del genere non ha interesse a un pensiero attivo. Ha interesse a un’atmosfera di comoda ignoranza, in cui si cercano stimoli sempre più allettanti e sempre più vuoti, e in cui finisce per valere soltanto ciò che viene mostrato più spesso: ciò che va di moda. Il codice chiuso è il presupposto tecnico di tutto questo, perché nessuno può verificare che cosa l’applicazione misuri di lui né togliere il meccanismo.
È lo stesso terreno che esploro nella psychosecurity: la persona trattata come superficie d’attacco, con processi che girano senza supervisione. Il software libero non rende immuni, ma restituisce la possibilità di guardare dentro.
8. Il caso Microsoft: dal «cancro» a «loves Linux»
Microsoft ha costruito la propria fortuna vendendo licenze d’uso di Windows e Office. Per anni ha trattato il software libero come un nemico: i documenti interni trapelati nel 1998, noti come Halloween Documents, lo descrivevano come una minaccia da contrastare, e nel 2001 l’amministratore delegato Steve Ballmer definì Linux «un cancro».
Poi la strategia è cambiata. Nel 2014 il nuovo amministratore delegato dichiarò che «Microsoft ama Linux»; l’azienda ha reso aperto .NET, ha portato un sottosistema Linux dentro Windows, nel 2018 ha comprato GitHub, la piattaforma su cui vive gran parte del software libero mondiale, e oggi su Azure, il suo cloud, girano più macchine Linux che Windows.
Si può leggere in due modi. Come un progresso, ottenuto anche dalla pressione di utenti e sviluppatori che hanno dimostrato sul campo la superiorità di un modello trasparente. Oppure come un adattamento: il denaro si è spostato dalle licenze ai servizi, e aprire gli strumenti serve a portare gli sviluppatori sul proprio cloud. Le due letture non si escludono. Il segno che il nucleo non è cambiato sta nei dettagli: Windows e Office restano chiusi; Visual Studio Code ha il sorgente aperto, ma il programma che si scarica contiene telemetria e componenti proprietari, tanto che esiste una versione ripulita dalla comunità, VSCodium. È il modello open core della sezione 5.
La morale vale per tutte le aziende, comprese quelle che il software libero lo vendono. Nel 2023 Red Hat, ormai di proprietà di IBM, ha limitato l’accesso ai sorgenti della sua distribuzione commerciale. Nessuno è libero per vocazione: lo si resta finché la licenza e la comunità lo impongono.
9. Il conto del codice chiuso
Ogni giorno milioni di utenti convivono con problemi che dovrebbero essere considerati superati:
- aggiornamenti imposti, che riavviano la macchina quando decide il produttore e cambiano il comportamento del sistema senza chiedere;
- telemetria, cioè dati sull’uso inviati al produttore, disattivabili solo in parte;
- pubblicità e funzioni non richieste dentro un sistema operativo pagato;
- errori opachi, con messaggi che non dicono nulla e log che non si possono interpretare;
- obsolescenza decisa da altri: nell’ottobre 2025 è terminato il supporto a Windows 10, e centinaia di milioni di computer perfettamente funzionanti sono rimasti senza aggiornamenti di sicurezza perché non soddisfano i requisiti del successore;
- copie pirata, che in azienda sono un rischio legale e ovunque un rischio di sicurezza.
C’è poi la sicurezza in senso stretto. Già nel 1883 Auguste Kerckhoffs enunciava il principio che regge tutta la crittografia moderna: un sistema deve restare sicuro anche se tutto, tranne la chiave, è di dominio pubblico. Affidarsi alla segretezza del codice è l’opposto. Nel luglio 2024 un aggiornamento difettoso di un software di sicurezza proprietario, eseguito con i massimi privilegi, ha bloccato in poche ore circa otto milioni e mezzo di macchine Windows in tutto il mondo, fermando aeroporti, ospedali e banche. Nessuno dei clienti aveva potuto esaminarlo prima.
Sarebbe disonesto fermarsi qui. Il codice aperto non è sicuro per il solo fatto di essere aperto: lo è se qualcuno lo legge. Heartbleed (2014) è rimasto per due anni in una libreria usata da mezza Internet e mantenuta da un pugno di volontari. Nel 2024 una porta di servizio è stata inserita nella libreria xz da un contributore che si era guadagnato la fiducia del manutentore in anni di lavoro paziente: un’operazione di ingegneria sociale prima ancora che tecnica. È stata scoperta per caso da un ingegnere che aveva notato mezzo secondo di ritardo e che, avendo il sorgente, ha potuto risalire alla causa. In un prodotto chiuso la stessa porta sarebbe rimasta dov’era. Il difetto del software libero è che troppe aziende lo usano senza finanziarlo; quello del software proprietario è che la verifica è impossibile per costruzione.
Anche l’usabilità ha i suoi limiti: alcuni programmi professionali non esistono per GNU/Linux, certo hardware è supportato male, e imparare costa tempo. Sono costi reali. Vanno confrontati con l’altro conto, che non compare sullo scontrino.
10. Dal codice chiuso alla sorveglianza
Molti vedono ancora GNU/Linux come una cosa da hacker e da nostalgici, usata per chissà quali ingegni. In realtà quelle stesse funzioni esistono in qualunque sistema operativo: semplicemente, altrove sono nascoste. La differenza non è in ciò che la macchina fa, ma in chi può saperlo.
Su un sistema che non si può ispezionare, la sorveglianza è una scelta del produttore e non dell’utente. I documenti pubblicati da Edward Snowden nel 2013 hanno mostrato che i grandi fornitori di servizi erano una fonte ordinaria di dati per le agenzie di intelligence. Da allora il software si è spostato sempre più nel cloud, dove il problema si aggrava: il programma non gira nemmeno più sul nostro computer. Stallman lo chiama servizio come surrogato del software: non si riceve una copia, nemmeno binaria; si inviano i propri dati al computer di un altro e si riceve un risultato. Lì le quattro libertà non hanno più oggetto. La licenza AGPL è nata per questo, e per questo conta dove stanno i dati quanto come è scritto il codice. È una delle ragioni per cui ho costruito Tutanum, un’infrastruttura pensata per ridurre queste dipendenze.
Il discorso vale a maggior ragione per lo Stato. Se un software è pagato con denaro pubblico, il codice dovrebbe essere pubblico. In Italia è già scritto nella legge: il Codice dell’amministrazione digitale impone alle amministrazioni di valutare per prime le soluzioni libere e di mettere a disposizione in riuso il software che fanno sviluppare. In Germania il Land dello Schleswig-Holstein sta sostituendo Microsoft Office con LibreOffice sulle postazioni dei propri dipendenti, e parla apertamente di sovranità digitale. Un’amministrazione che non controlla i propri strumenti non controlla i propri dati, e quindi nemmeno quelli dei cittadini.
Un mondo dell’informatica chiuso su se stesso rischia di consegnarci un secolo buio: ciascuno privato anche della propria libertà virtuale, trattato come una risorsa da sfruttare, in un’economia fondata sulla sorveglianza e sull’acquisizione dei dati.
11. Come preferirlo, in pratica
Preferire il software libero non significa cambiare tutto in un giorno. Significa adottare un criterio e applicarlo ogni volta che si sceglie uno strumento.
Quattro domande da farsi prima di installare qualcosa.
- Con quale licenza è distribuito? Se non è indicata, o non è tra quelle riconosciute dalla Free Software Foundation o dall’Open Source Initiative, è chiuso.
- Chi lo controlla? Una comunità o una fondazione sono garanzie migliori di una singola azienda.
- I miei dati restano in un formato aperto, che un altro programma può leggere?
- Dove gira? Sul mio dispositivo, su un server che scelgo io, o sul computer di qualcun altro?
Le sostituzioni più semplici. Si comincia dai programmi, non dal sistema operativo: la maggior parte di questi funziona anche su Windows e macOS, e quando si cambierà sistema saranno già familiari.
| Al posto di | Si può usare |
|---|---|
| Chrome, Edge | Firefox |
| Microsoft Office | LibreOffice |
| Outlook | Thunderbird |
| Photoshop, Illustrator | GIMP, Krita, Inkscape |
| Visual Studio Code | VSCodium |
| Google Drive, OneDrive | Nextcloud |
| Signal | |
| Gestori di password chiusi | KeePassXC, Bitwarden |
| Google Maps | Organic Maps (dati OpenStreetMap) |
| Windows, macOS | Una distribuzione GNU/Linux: Linux Mint o Fedora per iniziare, Debian per la stabilità |
| Android del produttore | LineageOS, GrapheneOS |
Un percorso ragionevole.
- Sostituire i programmi, uno alla volta, a partire dal browser.
- Convertire i propri documenti in formati aperti.
- Provare GNU/Linux da una chiavetta, senza installare nulla; poi installarlo accanto al sistema esistente, o su un vecchio computer che Windows ha dichiarato obsoleto.
- Spostare i dati dai servizi altrui a strumenti che si controllano.
- Restituire qualcosa: una segnalazione di errore, una traduzione, una donazione, una riga di codice. Il software libero non è gratis: lo paga chi contribuisce.
Nessuno di questi passi richiede di essere un programmatore. Richiede di accettare un po’ di fatica iniziale in cambio di qualcosa che il software proprietario non può dare a nessun prezzo.
12. La soglia si chiama volontà
Il dibattito arriva sempre alla stessa soglia, e si chiama volontà. La varca chi capisce che la cultura vale più della pigrizia, e che uno strumento che non si può comprendere non è davvero proprio.
Il denaro dovrebbe servire a garantire la cultura; quando la cultura viene sfruttata per ottenere denaro, il mezzo è diventato il fine. Se questo meccanismo si fosse instaurato nella Grecia antica, e Talete e Pitagora avessero tenuto per sé i loro teoremi concedendone l’uso dietro licenza, non avremmo avuto la matematica come disciplina, né la musica, l’ingegneria e le scienze che ne sono discese. Non avremmo nemmeno i computer, che vengono da una linea di pensiero tutta filosofica: la logica di Leibniz, l’algebra di Boole, la macchina astratta di Turing, l’architettura di von Neumann. Nessuno di loro ha lavorato su conoscenza chiusa.
L’informatica nasce aperta e così deve restare. Le migliaia di comunità che pubblicano sotto licenze libere lo ricordano ogni giorno: il sapere cresce quando circola, e chi lo recinta per metterci sopra il proprio nome non lo sta proteggendo.
La scelta spetta a ciascuno, ed è una scelta che si fa nelle cose piccole: quale programma installo, a chi affido i miei dati, se mi prendo il tempo di capire. Avrà una ripercussione sul mondo di domani, e il mondo di domani comincia oggi.
Riferimenti
- Free Software Foundation, Cos’è il software libero
- Richard Stallman, Perché l’open source manca l’obiettivo del software libero
- Richard Stallman, A chi serve veramente quel server?
- Open Source Initiative, The Open Source Definition
- Free Software Foundation Europe, Public Money? Public Code!
- Developers Italia, il catalogo del software a riuso della pubblica amministrazione